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Dal diario della nostra Erika Bagatin: La Freccia del sud

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Piccolo racconto di un grande pomeriggio
Per una serie di circostanze mi trovo protagonista di una favola….

Venerdì 17 luglio, data già di per sé particolare di un anno ancor più “strambo” sono quasi le 5 del pomeriggio (si!…ore 17!) e mi trovo con il cellulare in mano per le vie di Roma cercando di arrivare puntuale in Via Silla al numero 7. Manca 1 minuto e trovo l’edificio, non ho il tempo di realizzare cosa andrò a fare, sono quasi in ritardo e non posso permettermelo!
Suono, non capisco una parola di quel suono che esce dal citofono ma apro il portone e inizio a salire le scale del palazzo senza sapere fino a che piano salire. Dopo 2 o 3 rampe, non ricordo bene, mi viene incontro una signora che con un sorriso e buone maniere mi saluta e mi fa entrare.

Ci presentiamo, c’è imbarazzo, non ci conosciamo ma lei inizia subito a parlare di lui, lui sì, il motivo per cui sono lì.
Lui per me è Mennea, ma per lei è Pietro.

Tra questo cognome e questo nome trascorre il tempo e il suo racconto scorre in questo binario immaginario: l’atleta è Mennea ma l’uomo è Pietro.
E così mi racconta dell’uomo, del loro fidanzamento, del matrimonio, della politica, dello studio e mi sembra di parlare con un’amica…mi trasmette le sue emozioni, ridiamo assieme anche se a me, in più occasioni, vengono gli occhi lucidi.
Ed è un continuo contrapporsi tra i racconti su Pietro e la sua insaziabile necessità di apprendere e le immagini di Mennea che appaiono ai miei occhi.

Lo Studio è come un piccolo museo, ci sono le medaglie, sono tante, tantissime e di ogni fattezza, ci sono i suoi diari di allenamento che fatico a sfogliare perché sento la fatica, la dedizione, l’impegno, le sconfitte, l’orgoglio, il desiderio che escono da quelle righe, ogni sacrosanto giorno dell’anno, pagine piene di numeri. Emanuela (così si chiama la moglie) capisce al volo il mio distacco, capisce che non voglio profanare quei ricordi e così prende l’agenda del 1979, vuole farmi vedere il giorno del record del mondo sui 200 piani. Sfoglia le pagine tutte scritte in blu ed arriva alla fatidica data, la pagina sembra vuota rispetto alle altre, c’è solo una riga che recita: ore 17.20 m 200 19”72. Glaciale, come un epitaffio, immagino quella scritta scolpita in un pezzo di marmo a significare la sua immortalità.
Continuano i suoi racconti, di Pietro che in veste di Eurodeputato rifiuta di essere affiancato da un traduttore ma vuole imparare il Francese e poi nuovamente si torna a Mennea e mi ritrovo tra le mani le sue scarpe, sì…tengo in mano le “chiodate” della “Freccia del Sud”, alzo gli occhi e vedo una gigantografia di lui che le indossa e mi pare di sentirne i passi potenti che graffiano la pista.

Le scarpe di Mennea e di Bolt

Ma non finisce qui, l’attimo seguente, mentre sono ancora ad immaginare le falcate rapide, sul tavolo dello Studio appare una scarpa molto più grande di colore arancione ed è la scarpa di Usain Bolt. Insomma un susseguirsi di picchi emozionali tanto che mi sento stanca ed euforica come quando termino un allenamento.
Ed è proprio come nel bel mezzo di un allenamento del quale non conosci tutto il programma che arriva il clou… Emanuela inizia a posare sul tavolo alcune maglie indossate dal campione finché me ne porge una impacchettata: è la canotta bianca del CUSI indossata in occasione dei Giochi Mondiali Universitari del 1975 allo Stadio Olimpico!

La canotta bianca del CUSI indossata in occasione dei Giochi Mondiali Universitari del 1975 allo Stadio Olimpico da Mennea

Lei me la consegna con gli occhi carichi di emozione ed io da subito ho in mente cosa farne, mille immagini affollano e scorrono nella mia testa, c’è un po’ di confusione tra le idee ma so per certo che questa maglia non finirà nel mio armadio ma dovrà “correre” ancora portando un messaggio che più di una volta ho sentito oggi “Nulla è impossibile finché non ci provi”.
Sono ormai passate più di due ore ma a me sembra da un lato di essere già stata in questo posto e dall’altro di esser appena entrata … vorrei non dovermi congedare, vorrei lasciare la mia scarpetta ma questa è un’altra favola!

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